C'è un momento, nella storia delle forme espressive, in cui il mezzo smette di essere un semplice veicolo e comincia a pretendere cittadinanza. Accadde con il romanzo epistolare, quando le lettere smisero di essere corrispondenza e divennero letteratura; accadde con il cinema, quando la macchina da presa smise di documentare e iniziò a mentire con metodo. Oggi potremmo dire che accade con la poesong: una creatura ibrida che non sa se chiedere asilo alla poesia o un visto temporaneo alla musica.
Il purista dirà che la poesia deve restare sulla pagina, come una farfalla infilzata con spillo filologico; il musicofilo sosterrà che senza melodia non c'è canto, e senza canto non c'è memoria. La poesong aggira entrambi con un sorriso laterale: non canta per farsi ricordare, ma suona per farsi ascoltare mentre si legge, o si legge mentre si ascolta. È una forma anfibia, e come tutti gli anfibi suscita diffidenza nei mammiferi della cultura.
Si dirà: è colpa della tecnologia. Ma attribuire alla tecnologia la nascita delle forme è come accusare la penna della nascita del sonetto. Gli strumenti amplificano, non generano. La poesong non nasce dal software più di quanto il madrigale nascesse dal liuto: nasce dal desiderio antico di restituire alla parola la sua dimensione sonora, quella che la scrittura, con la sua nobile fissità, aveva inevitabilmente attenuato.
Il fenomeno interessante non è dunque l'ibridazione — che è vecchia quanto i rapsodi — bensì la reversibilità dell'esperienza. La poesia tradizionale procede dalla vista all'udito interiore; la canzone dall'udito alla memoria. La poesong tenta un circuito: ascolto che invita alla lettura, lettura che rimanda all'ascolto. Una specie di nastro di Möbius emotivo, dove non si sa più quale sia il fronte e quale il retro, ma si continua a percorrerlo con una certa ostinata curiosità.
Naturalmente, come ogni nuova forma, produrrà capolavori invisibili e una quantità di mediocrità rumorosa. È il destino democratico delle espressioni artistiche: abbassare la soglia d'ingresso e alzare, di conseguenza, il volume del brusio. Ma nel brusio, talvolta, emergono voci che non avrebbero trovato spazio né nello scaffale della poesia né nella classifica musicale. Ed è lì che la poesong rivela la sua utilità culturale: non nel sostituire, ma nell'aggiungere.
In fondo, la questione non è stabilire se la poesong sia poesia o canzone. È chiedersi se, ascoltandola, ci scopriamo a pensare con più attenzione alle parole. Se accade, la forma ha già vinto la sua piccola battaglia semiotica. Se non accade, resterà un elegante esperimento, come quei congegni rinascimentali che imitavano il volo degli uccelli: inutili per il trasporto, ma preziosi per aver ricordato agli uomini che il cielo esiste.